Una specie cosmopolita invasiva
Gli evoluzionisti attribuiscono alla nostra specie una trasformazione culturale che risale a ottantamila anni fa: un insieme di simbolismo, arte e linguaggio che sembra abbia trasformato radicalmente il nostro modo di organizzarci e ci abbia trasformati in una "specie cosmopolita invasiva", capace di popolare ogni nicchia ecologica, dall'Artico siberiano alle foreste equatoriali. Attraverso l'analisi di straordinari ritrovamenti archeologici — dalle cacce al mammut alle prime forme di navigazione oceanica — emerge un modello organizzativo basato sulla narrazione e sulla fluidità. Vi propongo un viaggio tra passato e presente per immaginare come la pianificazione, la modularità e la cooperazione tra gruppi abbiano potuto plasmare le competenze che utilizziamo ancora oggi per governare l'innovazione e la complessità.
Premessa
L’articolo che segue è parte di un insieme più ampio che, in breve, tratta dell’uso del framework neodarwiniano in un contesto organizzativo e innovativo. L’evoluzione è un fenomeno molto articolato di organizzazione e presenta alcuni pattern di fondo che si verificano anche nella trasformazione delle pratiche umane nel tempo, quindi la biologia evoluzionista ci può regalare una vera montagna di case study, che contengono qui e là spunti preziosi su cui costruire dei ragionamenti.
Nell’utilizzo di un capitolo fuori dal suo percorso e contesto, occorre una breve premessa che espliciti il patto col lettore. Il libro in corso d’opera ha una struttura seriale: nella prima parte di ogni sezione apre una finestra che dà sull’evoluzionismo, riportando sezioni della teoria neodarwiniana oppure una storia evolutiva, materiale che non è originale ma frutto della ricerca degli specialisti, quindi prosegue con delle riflessioni aperte, delle domande, che invece si applicano nel contesto organizzativo umano.
Si tratta di trarre dal lavoro degli evoluzionisti spunti, idee, ragionamenti e al più qualche linea di ricerca. Non ci sono tesi strutturate da sostenere, nessuna risposta ma un insieme disorganico e volutamente disordinato di input multidisciplinari. Per questo motivo, non troverete una difesa argomentativa di proposte, esplicative o metodologiche che siano, ma un ragionamento aperto che non ha l’ambizione di stabilire qualcosa, ma quella di portare idee.
La parte scientifica che troverete è un riassunto, un retelling, della comunicazione scientifica più aggiornata, frutto del lavoro di grandi evoluzionisti e scienziati come Telmo Pievani, Giorgio Manzi, Guido Barbujani e Marco Aime, che hanno prodotto in questi ultimi anni una mole imponente e preziosa di percorsi divulgativi (nel senso metaforico del termine).
Una specie cosmopolita invasiva
Fino a due decenni fa, questo capitolo sarebbe stato lungo mezza pagina, sempre ammesso che valesse la pena di scriverlo. Si sapeva molto poco delle espansioni di areale della nostra specie fuori dall’Africa prima della nascita della paleo-genomica, quella branca della genetica che fornisce preziose informazioni sulla nostra storia attraverso lo studio del DNA antico. E ben poco di quello che si sapeva allora ci avrebbe fornito qualche spunto di riflessione.
In questi due decenni, i più ricchi di scoperte e ritrovamenti in assoluto nella storia della paleoantropologia, abbiamo raccolto una lunga serie di misteri su cui indagare.
In base ai ritrovamenti di cui disponiamo, la nostra specie compare in Africa orientale circa 230.000 anni fa, un periodo davvero molto recente nella scala paleontologica. Ci sono alcuni reperti più antichi che mostrano alcune caratteristiche da Homo sapiens, ma l’insieme completo dei nostri caratteri distintivi sembra apparire proprio in quella data. Secondo la paleoantropologia, per circa due terzi di questo periodo, Homo sapiens mostra un comportamento in linea con le altre specie di Homo contemporanee. Poi, improvvisamente, tutto cambia. Circa 80.000 anni fa compaiono in Sud Africa indizi di quello che gli evoluzionisti chiamano “il pacchetto modernità”: ritualità, simbolismo, arte. Tanto che qualcuno chiama scherzosamente questi uomini “Homo sapiens 2.0”.
La domanda che viene spontanea è “cosa sarà mai successo?” Qualche importante mutazione? Una modifica strutturale del cervello? Ma le ricerche non hanno mostrato niente di tutto questo.
Scartata l’idea di un salto biologico, alcuni autori hanno cominciato a pensare a qualcosa di culturale, uno di quei grandi eventi che innescano una discontinuità forte tra due epoche. L’ipotesi che va per la maggiore riguarda la nascita del linguaggio articolato e simbolico, quello che usiamo ancora oggi nelle nostre lingue moderne.
Il linguaggio non lascia fossili e sui comportamenti abbiamo degli indizi indiretti, quindi prendiamo queste ipotesi con la dovuta cautela. La discontinuità degli 80.000 anni fa si nota in tutta la storia successiva di Homo sapiens, ma nel riflettere sulle cause mettiamo sempre degli opportuni punti interrogativi.
A questo punto, ruberò qualche minuto al lettore per approfondire la questione.
Ritualità, simbolismo e arte, differentemente da quello che si pensava un tempo, non sono esclusivi della nostra specie. Abbiamo trovato indizi che ci inducono a pensare che questo genere di comportamenti siano molto antichi. L’uomo di Neanderthal li mostrava già prima di incontrare la nostra specie in Eurasia.
Le arti rupestri attribuite al Neanderthal risalgono a circa 64.000 anni fa nella penisola iberica e precedono le prime testimonianze dell’arrivo della nostra specie in Europa occidentale di quasi 20.000 anni. Di qualche millennio più recente, il magnifico flauto neanderthaliano ricavato da un osso d’orso trovato a Divje Babe (Slovenia) è stato restaurato e suonato. È affascinante che oggi chiunque possa ascoltare su internet un suono che sulla terra non si udiva più da circa 38.000 anni, dall’estinzione dei nostri cugini più stretti.
Al contrario, le sepolture più antiche del Neanderthal sono state ritrovate nel Levante e sono più antiche di qualche decina di millenni rispetto a quelle europee, a testimoniare la differenziazione geografica della sua cultura.
Il quadro che emerge è molto diverso dall’immaginario collettivo sul Neanderthal di qualche anno fa: questa specie non si limitava alle attività di sussistenza, ma aveva una cultura complessa, con una spiccata sensibilità artistica, anche se probabilmente assai diversa da quella dei primi Homo sapiens. La nostra specie e i Neanderthal hanno interagito a lungo e alcuni autori suggeriscono che la loro interazione sia stata anche culturale oltre che genetica.
In base a delle conchiglie lavorate e incise, ritrovate in Indonesia (Trinil) e datate circa 500.000 anni fa, alcuni autori hanno il sospetto che anche Homo erectus avesse queste potenzialità. Una controversia più accesa riguarda la specie Homo naledi (scoperta nel complesso di grotte Rising Star, in Sud Africa). I suoi scopritori avanzano l’ipotesi di rituali di deposizione dei defunti già tra 335.000 e 236.000 anni fa.
Insomma, sembra che simbolismo e rituali siano comparsi nel nostro genere da molto tempo. Tuttavia, fanno notare gli evoluzionisti, questi comportamenti sembrano occasionali, sporadici, finché con l’Homo sapiens di 80.000 anni fa non cominciano a diventare strutturali. Sembra più un fatto quantitativo che qualitativo, ma la strutturazione di un comportamento come questi va a costituire un nodo centrale nella vita quotidiana degli esseri umani. Comporta un modello organizzativo che lo pone al centro e lo esalta.
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I modelli dell’ultima grande espansione umana fuori dall’Africa si aggiornano con una velocità sconvolgente. Mentre scrivo, sembra affermato quello delle due espansioni parallele: una meridionale dall’attuale Etiopia alla Penisola Arabica e, seguendo la costa, verso India, Indonesia e poi verso nord verso la Cina; una dall’Egitto al Sinai e poi, divisa in due, verso l’Asia centrale e verso l’Europa. Il modello alternativo vede un unico percorso verso il Levante, come grande hub di espansione in più rotte euroasiatiche.
Contrariamente a quanto era accaduto più volte a partire da 140.000 anni fa, questa espansione non si è mai fermata e non si è persa nell’estinzione. Nella rotta meridionale, passando per la costa euroasiatica, è stata eccezionalmente rapida. Gli specialisti ci dicono che le risorse alimentari reperibili sulla costa sono molto ricche, ma che si esauriscono molto presto: questo probabilmente ha incoraggiato i gruppi umani, a spostarsi rapidamente, molto spesso nella stessa direzione, oppure avanti sulla costa verso est. Arrivati in Indonesia, che allora era unita in una grande penisola che chiamiamo Sunda, gli umani si sono divisi, raggiungendo l’Australia da una parte e la Cina dall’altra.
Nella rotta continentale, sia verso l’Asia centrale che verso l’Europa, gli umani se la sono presa più calma. Un po’ perché al movimento direzionale di espansione si sommava sia quello stagionale sia quello che seguiva le mandrie, un po’ perché il clima dell’epoca era più rigido del nostro. Sembra un ragionamento logico: si va più rapidamente seguendo la costa che andando a zig zag nell’interno, dietro alle prede e con la necessità di trovare riparo per l’inverno e fonti d’acqua dolce.
In poche decine di millenni i gruppi umani si sono sparsi per tutta l’Eurasia, hanno raggiunto l’Australia e si sono stabiliti nella Beringia, passando poi definitivamente anche nelle Americhe subito dopo l’ultimo massimo glaciale di 20.000 anni fa.
Questa espansione è un fatto epocale che ha una rilevanza planetaria: cambia completamente il quadro del tardo Pleistocene. Homo sapiens si muove verso nord e verso est, popola l’Eurasia molto rapidamente e appena può anche le due Americhe. Dove passa lui, si estingue la maggior parte della megafauna del Pleistocene e gradualmente scompaiono le altre specie umane, il Neanderthal, il Denisova, l’Uomo di Floris. Diventa quella che gli zoologi definiscono una “specie cosmopolita invasiva”. Ed è un’invasività a due facce: Homo sapiens lascia opere d’arte meravigliose e devasta gli ecosistemi. Compie insomma imprese costruttive e distruttive, come fa ancora oggi.

Figura 1: Ipotesi di espansione Out of Africa in base allo studio del DNA mitocondriale. [Mappa di Maulucioni, CC BY-SA 3.0 , via Wikimedia Commons]
Così, torniamo alla domanda di partenza: se questi umani erano differenti dai loro predecessori solo per via del linguaggio appena più articolato, in che modo hanno sviluppato la capacità sorprendente di occupare tante nicchie diverse e di spargersi per tutti i continenti nel giro di qualche decina di millenni?
Ci sono alcuni indizi che possono aiutarci, se andiamo a curiosare nella documentazione antropologica di quest’epoca.
Le splendide pitture rupestri di Sulawesi, in Indonesia, hanno 45.000 anni e sono quindi più antiche di quelle di Lascaux e Altamira che abbiamo studiato a scuola. Ma sono state fatte con le stesse tecniche che ritroviamo successivamente in Europa e nelle Americhe, persino con le distintive mani in negativo dell’arte paleolitica occidentale. E qui si apre una questione importante: questo genere di arte è stato inventato indipendentemente in diverse regioni del globo oppure è stato elaborato prima in Africa, e poi è stato portato in giro con l’espansione umana?
Non è una domanda strampalata. Di invenzioni parallele ce ne sono state molte nella storia antica: la domesticazione e l’agricoltura, la lavorazione dei metalli, la scrittura, la città, il sistema d’irrigazione. E ci sono anche esempi di innovazioni che invece si sono diffuse solo attraverso le migrazioni, con il contatto diretto tra popoli diversi, come sembra essere accaduto per l’uso della ruota nel trasporto.
Nel nostro caso, le coincidenze tecniche sono tante e molto precise: questo induce molti esperti a preferire l’ipotesi dell’origine comune dell’arte rupestre.
Come nota a margine, ultimamente alcuni siti di Sulawesi sono stati retrodatati addirittura a 51.000 anni fa, il che ci porta una conferma all’ipotesi della maggiore velocità delle espansioni territoriali che avvengono seguendo la costa.
Sulawesi solleva un’altra questione, oltre a quella dell’arte rupestre. I naturalisti ci dicono che l’isola si trova in mezzo a due barriere bio-geografiche, la linea di Wallace e la linea di Lydekker. Oltre la linea di Lydekker abbiamo la regione con le forme di vita tipiche dell’Australia, prima della linea di Wallace quelle tipiche dell’Asia e tra le due, dove si trova Sulawesi, un’area di transizione che gli studiosi chiamano Wallacea.
Nelle fasi più fredde del Pleistocene l’Indonesia era unita in una grande penisola che chiamiamo Sunda, mentre Australia e Nuova Guinea in una sola grande isola continentale nota come Sahul. Ma persino in queste fasi, per passare tra queste tre regioni, Sunda, Wallacea e Sahul, gli uomini avrebbero dovuto attraversare un tratto di oceano con delle imbarcazioni.
Dato che tra i 65.000 e i 45.000 anni fa (a seconda dello studio di riferimento) abbiamo popolato sia Sulawesi che l’Australia, è evidente che avevamo già sviluppato prima di allora sia la tecnica che l’abitudine di andare per mare.

Figura 2: Le masse continentali di Sunda e Sahul durante il Pleistocene. Lo spazio di mare tra le due (Wallacea) rappresenta la sfida tecnologica e organizzativa vinta dai primi navigatori Sapiens. [Mappa di Kanguole, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons]
Una scoperta straordinaria del 2012 ci racconta che gli esseri umani arrivarono sulla sponda del mare Artico, lungo il fiume Yenisei nell’attuale Siberia, circa 45.000 anni fa. Si tratta di un territorio proibitivo anche oggi, nonostante il clima sia assai più mite di quello della fine del Pleistocene.
Il ritrovamento riguarda uno scheletro di mammut, un maschio adulto, datato al radiocarbonio 45.000 anni fa. Le ossa dell’esemplare mostrano ferite inferte da armi da caccia e la conclusione degli esperti è che il grande animale sia stato cacciato e macellato da un gruppo umano. Il tutto nello stesso periodo in cui altri umani stavano dipingendo le grotte di Sulawesi in un clima equatoriale.
Dalla natura delle ferite, è stato possibile risalire alla tecnica di quella caccia, che assomigliava molto a quella in uso in tempi assai più recenti per gli elefanti: si prende di mira la base della proboscide per colpire il numero maggiore di arterie possibile, quindi si insegue l’animale anche per giorni, finché non si indebolisce abbastanza per essere finito senza grandi rischi dalla banda di cacciatori. Viene poi macellato sul posto, cercando di valorizzare al massimo ogni parte della preda.
Nel caso del mammut, da una delle zanne sono stati anche prelevati frammenti per ricavarne punte di lancia o giavellotto. Si è trattato di un’impresa molto difficile e rischiosa per un gruppo umano, che tra l’altro era uscito da pochi millenni dall’Africa. Questa battuta di caccia prevedeva tecniche, notevoli risorse (anche nella protezione dal freddo) e una buona pianificazione.
Un’altra scoperta riguarda un periodo un po’ più recente, ma sempre relativo alla fase finale del Pleistocene, la scoperta in Italia (Bilancino, Toscana) di una macina e un pestello per produrre farina datati a 30.000 anni fa. Sono state trovati e analizzati residui vegetali di lavorazione che hanno fornito informazioni preziose sull’alimentazione dell’epoca.
Visto che recentemente la cucina italiana ha avuto il riconoscimento dell’UNESCO, che in piena era glaciale i primi abitanti della penisola raccogliessero piante selvatiche e ne facessero una farina da cuocere è un dato interessante. Gli esperti ipotizzano che la farina, costituita soprattutto da rizomi di Typha (una pianta palustre diffusa), venisse impastata e cotta e che le gallette prodotte avessero un buon risultato nutritivo. Un esperimento ha permesso con attrezzi dell’epoca di riprodurre queste gallette, che sono state definite “di gusto gradevole”.
Tra l’invenzione delle gallette e la coltivazione dei campi sono passati quasi 20.000 anni, ma l’uso di scorte di cibo facili da trasportare in tardo Pleistocene è sicuramente un fattore utile per meglio comprendere l’organizzazione e la pianificazione delle attività di caccia. Disporre di qualche riserva alimentare ad alto valore nutritivo aiuta di certo a inseguire la preda per molti giorni.
La cosiddetta domesticazione del lupo è un altro esempio notevole. I paleontologi e i genetisti ci indicano che le interazioni tra umani e lupi avvengono da almeno 35.000 anni, probabilmente da 40.000. Siamo quindi sempre nel periodo della caccia al mammut del Mare di Kara e delle pitture di Sulawesi. Nella più cauta delle ipotesi, poco più tardi.
Le interazioni tra umani e lupi non somigliano affatto alle dinamiche della domesticazione del bestiame, ma si configurano come una sorta di simbiosi tra predatori. Deve essere successo qualcosa di molto particolare, perché entrambe le specie mostravano delle strategie di caccia collaborative e una struttura sociale complessa. Un’alleanza tra due forme diverse che occupano la stessa nicchia e che dovrebbero competere per le risorse, secondo il principio dell’esclusione competitiva di Gause, è qualcosa di sorprendente.
Anche qui sembra esserci stata una rottura di paradigma, una discontinuità forte nella storia dell’umanità che porta da una parte a un maggiore successo dei nostri antenati e dall’altra a quello dei futuri cani, perché le due specie sono riuscite non solo a convivere ma a integrare le loro evidenti differenze morfologiche per raggiungere una maggiore efficienza.
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Con questa rapida carrellata sulla grande espansione geografica della nostra specie, abbiamo diversi indizi su cui ragionare. Sarà un ragionamento speculativo, quindi un’attività più da investigatore che da scienziato, dove si lavora sul “come potrebbe essere accaduto” e non sul “come è accaduto”, Ed è uno quei viaggi in cui è più importante quello che si vede nel percorso di quanto non lo sia arrivare a destinazione.
Il complesso dei comportamenti che si notano nella fase espansiva di fine Pleistocene non si discosta di molto da quello che possiamo vedere fino alla transizione neolitica, dove e quando essa avviene. Da 80.000 anni fa e fino alla successiva grande cesura, i cacciatori raccoglitori della nostra specie sono estremamente organizzati, capaci di adattarsi a climi equatoriali, di traversare brevi tratti oceanici, di affrontare cacce spericolate in climi artici. Non ci sono più molte barriere geografiche che non riescano a superare. E dove passano loro, le altre specie umane e la megafauna si avviano inesorabilmente all’estinzione.
Molti autori sottolineano come questa estrema fluidità organizzativa presuppone necessariamente un linguaggio molto strutturato come il nostro e quindi, come avevamo anticipato, ipotizzano che la nostra particolare forma di comunicazione sia l’innesco della “rivoluzione paleolitica” che ci ha portati a popolare il globo in maniera tanto creativa e distruttiva insieme.
In effetti il linguaggio è uno strumento basilare per organizzarsi. Quindi, esso riflette le esigenze costituite dal nostro contesto ambientale ed ecologico: ad esempio, in alcune lingue ci sono fino a sei termini per la neve e in altre basta una parola generica. Ma sappiamo anche che parlare una lingua invece di un’altra fa funzionare in modo diverso il nostro cervello, orienta il nostro pensiero. Questo fa del linguaggio non solo uno strumento ma un contesto culturale che ostacola o facilita alcune direzioni nell’innovazione, insomma una nicchia che abbiamo costruito e a cui poi ci dobbiamo adattare.
In questo senso, il linguaggio è un ambito evoluzionistico: cambia in relazione alle circostanze culturali ed ecologiche e poi diventa a sua volta ambiente in cui l’uomo si evolve e sviluppa tecniche e culture. E dato che non è una dote del singolo individuo, il suo ambito specifico è quello dell’evoluzione dei gruppi umani.
Se queste considerazioni sono corrette, allora l’Homo sapiens 2.0 porta il linguaggio, con i suoi simboli e la sua capacità di costruire concetti astratti, ad acquisire una funzione centrale nel suo comportamento di gruppo. La ricorsività e la capacità di trasmettere immaginazione, per esempio attraverso scenari ipotetici, è di certo un prerequisito per una pianificazione di medio o lungo termine, perché permette di definire un obiettivo comune che non si raggiunge nell’immediato. La modalità che abbiamo costruito per pianificare e darci un’organizzazione è una struttura narrativa vera e propria: ci raccontiamo una storia fantastica ambientata nel nostro futuro e poi ci mettiamo d’accordo su come arrivare a quel risultato.
Molte altre specie che conosciamo hanno comportamenti complessi senza una pianificazione, quindi con il limite di pensare nel presente o al più darsi un’organizzazione stagionale. Probabilmente non siamo stati i primi Homo a varcare quel limite, ma siamo stati forse quelli che hanno portato questa competenza alla sua massima esasperazione, legandoci in modo permanente all’elaborazione continua di narrazione e fluidità organizzativa. Una lingua come la nostra non descrive solo il nostro mondo, quello che conosciamo bene, ma pone le basi di una percezione strutturata, ricorsiva e scalabile della realtà e quindi ci fa immaginare quello che c’è oltre i nostri confini. Ci spinge a esplorare, a superare l’esperienza diretta e talvolta ci aiuta a metterla da parte e sperimentare qualcosa che non abbiamo mai fatto prima.
Se davvero narrazione e organizzazione sono due caratteristiche che si intrecciano, diventando l’una l’ecosistema dell’altra in una sorta di tao, l’abbraccio inestricabile di uno yin-yang cognitivo, allora non è difficile immaginare come mai l’espansione di areale e la differenziazione delle diverse popolazioni sia stata così veloce e, se vogliamo, prepotente: la fluidità organizzativa facilita l’adattamento a nicchie diverse, la strutturazione in base alla nuova nicchia ci spinge a differenziare le nostre basi culturali e a diventare più performativi nel nuovo ambiente. Dove poi prevale la prima si continua a spostarsi, dove prevale la seconda si diventa maggiormente territoriali.
Se andiamo a guardare in questo “pacchetto” che comprende lingua, narrazione e organizzazione, possiamo ritrovare le competenze che usiamo concettualmente ancora oggi e che definiscono il nostro approccio organizzativo. Queste competenze si interconnettono le une alle altre, con delle diversità multilivello: individuali, di gruppo o popolo, per ambiente.
La prima è la pianificazione: porsi un obiettivo non immediato ed elaborare una strategia condivisa per raggiungerlo. Nella caccia al mammut sul Mare di Kara e nelle traversate oceaniche che abbiamo visto, la pianificazione deve essere stata un presupposto essenziale. Quando è molto articolata e prevede un’azione coordinata, la pianificazione assume la forma di un flusso in cui a seconda della situazione si segue un percorso o un altro e in cui gli interventi di più persone si incrociano. E in questo la pianificazione e il problem solving (scomporre un problema e immaginare un intervento risolutivo) si sovrappongono e attingono alle stesse metodologie. Si ragiona in termini di tempo sequenziale, si valutano le risorse disponibili (compreso l’intervento di altre persone), si analizza cosa invece manca e si decide come agire.
La parte linguistica e semantica gioca poi un ruolo molto importante quando un flusso della nostra pianificazione è sperimentato. Una parte del flusso viene “compressa” e simbolizzata da un concetto, per cui nell’attività di pianificazione questa parte si rende direttamente con un termine che ci permette di immaginare l’azione che ben conosciamo. Questa è la parte che si riallaccia alla natura ricorsiva del nostro cervello, un po’ come accade nei linguaggi informatici per le routine e per le funzioni. Possiamo richiamarle quando vogliamo senza preoccuparci di come sono strutturate, ma solo verificando di avere le risorse (nel nostro caso le informazioni) che servono per eseguirle. Possiamo pensare a questa scorciatoia come una modularità organizzativa e semiotica che facilita una maggiore articolazione e quindi un salto di scala nelle attività.
Tutto questo ci permette di saltare interi passaggi logici quando facciamo qualsiasi cosa, ma ogni tanto costituisce un forte vincolo a considerare la nostra “routine”, il flusso che abbiamo compresso e simbolizzato, come un’unità di base, immutabile e sempre valida, “naturale”. In pratica, possiamo dimenticare facilmente che si tratta di un segmento di flusso che può essere adattato, modificato o sostituito quando sia diventato poco efficiente.
Nell’evoluzione culturale, abbiamo quindi un eterno compromesso tra la spinta a concettualizzare delle strategie e a conservarle nel tempo e quella a innovare. Il risultato è spesso un’alternanza di fasi conservative seguite da fasi innovative, che si innescano da fattori interni (l’abitudine non funziona più) o esterni (nuovi concetti, presi da altre attività, possono essere applicati alla nostra strategia).
Abbiamo così pianificazione, scalabilità e ricorsività che si integrano in un contesto di ecologia comportamentale di gruppo e nel tempo plasmano le basi cognitive di intere culture. Tutto questo permette anche di superare altri limiti nelle risorse disponibili, quelli delle dimensioni ridotte di una banda di cacciatori raccoglitori del Pleistocene, che gli specialisti calcolano in 40-70 individui.
Possiamo immaginare a fatica cosa significa vivere in una comunità di 40 individui che incontra solo occasionalmente altre persone. Il nostro modello di riferimento è molto diverso e poche società umane oggi sono costruite in una scala minimale di questo genere. Se poi calcoliamo un tasso di mortalità infantile attorno al 40% e un’aspettativa di vita attorno ai 35 anni (numeri che erano tipici anche delle società occidentali di inizio Ottocento), metà o quasi di quei 40-70 individui doveva essere costituito da bambini.
Questa considerazione ci porta a una nuova idea speculativa: quella della cooperazione prima occasionale e poi sempre più strutturale di gruppi umani diversi. Cercare delle evidenze a riguardo è molto difficile, per cui deve essere chiaro che si tratta di un ragionamento indotto da alcuni indizi: i risultati raggiunti, assai difficili per un singolo gruppo umano, e delle conclusioni genetiche su queste popolazioni.
Da certi indizi dell’etologia, sappiamo molto bene che tenere insieme dei primati che non si conoscono già molto bene in un contesto ristretto è difficilissimo. Personalmente non proverei mai, neppure per fare un esperimento, a mettere 40 scimpanzé provenienti da gruppi diversi in un vagone della metropolitana. I gruppi di scimpanzé sono entità sociali molto strette, in cui il riconoscimento interno è fortissimo. Sarebbe come mettere in un vagone della metropolitana gli ultras di due squadre di calcio o di football rivali: a fine percorso conteresti i morti e i feriti.
La genetica ci dice che i gruppi di Homo sapiens di almeno 70.000 anni fa avevano una discreta esogamia, ovvero che c’era l’abitudine diffusa ad accoppiarsi con individui esterni al proprio gruppo base. La funzione biologica dell’esogamia è ben nota: serve a rafforzare i gruppi, rendendoli maggiormente resistenti e salvaguardandoli dalle malattie genetiche.
In un quadro espansivo in territori poco popolati, l’esogamia non è un modello molto semplice da seguire. Per avere un continuo scambio di DNA un gruppo umano deve incontrarne altri con una certa regolarità e il fatto che nessuno di questi conduca una vita stanziale di certo non aiuta. Eppure il dato genetico è questo. Anche le attività tardo pleistoceniche che abbiamo ricostruito sembrano suggerire un’interazione frequente tra gruppi.
Emerge dunque, sempre a livello speculativo, la possibilità che i gruppi umani avessero una rete organizzativa che supportasse tanto gli scambi frequenti di DNA quanto le attività troppo difficili per un solo gruppo. Con un’operazione scalare, possiamo forse considerare l’ipotesi che non fossero i singoli gruppi a spostarsi ma delle piccole reti di gruppi, imparentate a diversi gradi tra loro. Proprio il legame di parentela e gli scambi tra membri dei gruppi avrebbero costituito un secondo livello di trasmissione tecnica e linguistica, anzi una sorta di simbiosi e coevoluzione culturale. Da una parte questi rapporti sarebbero stati estremamente difficili da mantenere, per via del tribalismo che affligge da sempre la nostra specie, ma d’altra parte anche la stratificazione dell’appartenenza di gruppo fa parte della nostra abitudine quotidiana.
Se consideriamo seriamente questa prospettiva, possiamo notare che le stesse competenze che vediamo operare in un gruppo possono essere cooptate a tenere unita una piccola rete di comunità di cacciatori raccoglitori. Anche i nostri rituali sociali hanno un doppio uso: tenere unite le piccole comunità e allargare il “noi” con la condivisione tra le comunità contigue, che partecipano al rito ma mantengono comunque le loro differenze all’interno di un’organizzazione articolata tra simili.
Come l’effetto di un sasso nello stagno, ci riconosciamo fortemente in una comunità, in modo più debole in una rete di comunità, poi ancora in una rete di reti e così via, fino a un’identità regionale, nazionale e continentale. E su tutto questo si innestano identità innescate dalla diversità interna, quella religiosa, alimentare, sportiva, professionale. Il confine tra “noi” e gli “altri” si sposta continuamente a seconda dell’ambito e della scala che prendiamo in considerazione.
In un contesto di cacciatori e raccoglitori la complessità identitaria non deve essere necessariamente tanto vasta, ma può comunque essere stata a due o tre livelli, fino a connotare dei piccoli proto-popoli con una lingua in comune e con una certa propensione a scambiare geni e risorse e anche a praticare riti collettivi.
La possibilità che le società del Pleistocene finale si siano date questo tipo di organizzazione non implica che se la siano effettivamente data, né che sia stato un fenomeno uniforme. Noi umani abbiamo sia la tendenza a unirci sia quella a distinguerci per gruppi e oscilliamo sempre tra queste due necessità, talvolta in modo molto distruttivo, senza mai trovare un equilibrio stabile, per cui è plausibile che nelle diverse storie dei gruppi umani sia accaduto di tutto. Il nostro è un viaggio nel possibile.
Alcuni indizi sono abbastanza forti per supportare l’idea di un’organizzazione complessa e articolata. Abbiamo visto dei “fotogrammi” che ne forniscono alcuni. Un altro indizio è costituito da alcune invenzioni e alcuni accorgimenti della nostra specie, come l’uso di pelli per accampamenti e vestiario, la miniaturizzazione di alcuni strumenti litici, l’uso di armi da tiro e da lancio, pigmenti diversi per l’arte rupestre, erbe medicinali, imbarcazioni. Tutto questo moltiplica la tipologia delle risorse necessarie alla vita quotidiana e aumenta il numero di tecniche trasmesse per via culturale. Arrivati a un determinato punto di complessità, è lecito aspettarsi sia una divisione dei ruoli per specializzazione sia uno scambio di risorse tra gruppi vicini.
In conclusione, la prospettiva che preferisco per spiegare la velocità espansiva della nostra specie è quella di una strutturazione di elementi che erano in buona parte e singolarmente già presenti nell’umanità più antica, ma che nel loro insieme integrato permette un grande salto organizzativo nella direzione che ancora oggi rappresenta il nostro modo di pianificare e affrontare delle sfide molto complesse.
Possiamo immaginare queste ipotetiche reti di gruppi umani un po’ come quelle informatiche, con un centro e una periferia. Nel centro lo scambio è molto frequente, mentre le periferie si possono immaginare come delle frontiere: il traffico con il centro è più scarso ma in compenso possono costituire una connessione con la rete più vicina, se ve ne è una. Due reti scambiano, nel nostro caso, cultura e DNA passando attraverso una strozzatura, un collo di bottiglia, e quindi pur essendo interconnesse è più raro che qualcosa venga da fuori piuttosto che dall’interno. Da una parte, questo le rende permeabili, dall’altra tende a differenziarle l’una dall’altra, geneticamente e culturalmente, con una velocità che dipende anche dall’entità di questa strozzatura.
Facciamo un esempio pratico: dei gruppi umani si insediano nella zona dei laghi e, pur nelle loro peregrinazioni da cacciatori e raccoglitori, questo ambiente costituisce il centro del loro areale. I gruppi si muovono, qualcuno in una direzione, qualcuno in un’altra, ma in determinate fasi stagionali tornano negli stessi luoghi. Oltre all’incontro occasionale durante l’anno, hanno degli eventi comuni in momenti significativi dell’anno. Si conoscono, hanno una stessa lingua, sono tutti imparentati tra loro e quindi condividono le stesse usanze, pur avendo delle peculiarità, e si considerano la stessa gente. Al di là del loro areale c’è una rete di gruppi che segue lo stesso modello, ma il suo areale è sulle colline. La gente dei laghi e quella delle colline hanno uno scambio occasionale attraverso i gruppi di frontiera dell’una e dell’altra rete che possono entrare in contatto. Attraverso questa interazione di frontiera si mantiene un certo livello di parentela tra le due genti, ma si diffondono anche le narrazioni, le invenzioni, le tecniche.
È qui che si passa in modo scalare a un secondo livello. La gente delle colline e quella dei laghi sono imparentate, ma in modo più debole. Si conoscono ma non del tutto e talvolta per sentito dire. Parlano la stessa lingua ma hanno qualche termine dialettale. Sono “quasi come noi” ma non del tutto. Ed entra anche in gioco l’intermediazione: per arrivare al popolo delle colline un gruppo della gente dei laghi che non entra mai in contatto con loro si può interfaccia attraverso un gruppo che invece frequenta abitualmente la loro frontiera che opera come mediatore.
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Ora, dopo aver riassunto una storia molto antica e proposto un quadro analitico ed esplicativo, resta solo da domandarci: “a cosa ci serve ragionare su tutto questo?”
Il modello che abbiamo ipotizzato per le popolazioni umane del Pleistocene finale sembra molto funzionale, ma ad un’analisi più approfondita si rivela tale solo in determinate circostanze.
I gruppi di cacciatori e raccoglitori che abbiamo dipinto avevano bisogno di una gran varietà di risorse, di cui alcune potevano essere difficili da reperire, dovevano mantenere buoni rapporti con i gruppi adiacenti, il loro areale era scarsamente popolato, per sopravvivere dovevano mantenere un’organizzazione flessibile e una forte coesione interna, attraverso i canali della narrazione e della ritualità, che avevano la funzione aggiuntiva di costituire ponti sociali con gruppi simili.
Nel nostro tempo e luogo, completamente diverso dall’Eurasia di 45.000 anni fa, un modello di questo genere (reticolare, flessibile e decentrato) può funzionare in certi contesti, che sono geografici come un’area con piccoli centri abitati che lottano contro lo spopolamento, oppure molto orientati, come l’associazionismo, le sperimentazioni eco-sostenibili o di economia alternativa.
Questo perché il modello centralizzato è ancora il mainstream: fin dalla transizione agricola, la città è il luogo dove si concentrano le decisioni. Tutto ciò che è fuori dal centro sembra condannato ad essere marginale, poco rilevante, nonostante la storia insegni che l’innovazione avviene molto spesso proprio nelle aree di frontiera, in senso geografico o figurato. Questo premia l’organizzazione gerarchica e le tendenze ad aumentare costantemente la spinta centripeta, verso il centro del sistema. Quando le risorse diventano più scarse tutto ci porta verso le città, perché in buona sostanza è lì che tutto quello che ci servirebbe si accumula. Quando le risorse abbondano, sempre la città offre le opportunità di migliorare il nostro tenore di vita.
La coesistenza del modello “alternativo” decentrato e di quello “mainstream” centralista è il modo più logico di garantire innovabilità e di mantenere un minimo di variabilità culturale ed economica in un panorama che invece tende all’uniformità.
Il nostro ipotetico “modello Pleistocene” era connotato da una grande ridondanza, sia nelle competenze che nelle attività. Nella prospettiva dell’ottimizzazione, la ridondanza è vista generalmente come una spesa da tagliare. Nella prospettiva della trasformazione a medio e lungo termine, essa appare come un serbatoio di opportunità, un’assicurazione sul futuro. L’equilibrio tra riduzione della spesa e ridondanza è molto diverso in una rete decentrata. Un nodo della rete ha molte funzioni indipendenti, perché può disconnettersi temporaneamente o cambiare rete. Così come è maggiore il numero di competenze che necessariamente deve incorporare.
I gruppi del Pleistocene finale che abbiamo dipinto, in questa avventura di immaginazione plausibile, dovevano avere ciascuno un sistema di formazione dei giovani alle tecniche di base, un numero di adulti sufficiente a reperire il cibo, a trovare le fonti d’acqua potabile e a proteggere i bambini. Anche scambiando risorse con i gruppi vicini, non potevano esternalizzare più di tanto le attività. È evidente che in un modello centralizzato, un villaggio o una città ad esempio, ci sia un risparmio notevole nelle attività e nelle relative competenze. E questo è il motivo principale per cui appena le condizioni l’hanno permesso esso è diventato velocemente mainstream. La centralizzazione permette una maggiore specializzazione dei singoli individui e dei team, per cui invece di curare e sviluppare più competenze allo stesso tempo, se ne perfezionano poche perché il team è una parte, un organo di un insieme complesso.
Altro problema di un sistema decentrato è il costo dell’intermediazione, ma anche quest’ultima rappresenta un serbatoio di competenze, di rapporti e connessioni spendibili all’occorrenza in diverse direzioni. Valutare se il costo della fluidità organizzativa ci appare troppo alto è una questione che richiede di scegliere una prospettiva, un punto di equilibrio su una scala tra breve termine e medio-lungo termine, tra ottimizzazione e adattabilità, tra risparmio e sicurezza, tra specializzazione e plasticità.
L’evoluzione culturale e quella biologica hanno molte differenze, ma una somiglianza importante è l’imprevedibilità dovuta alla contingenza. E quindi l’evolvibilità è data dalla capacità di cambiare rapidamente strada quando le condizioni del tuo ecosistema, del tuo contesto, rendono obsoleto il tuo modello, mantenendo soprattutto una certa variabilità interna.
Visto che l’evoluzione biologica di una popolazione è qualcosa che capita, succede, seguendo una sequenza di eventi contingenti, mentre l’organizzazione umana ha un ampio margine di proattività, in cui è possibile investire attivamente in fluidità e prevenzione, converrebbe sempre guardare la sterminata libreria di case study della biologia evoluzionistica e anche della storia umana. E poi magari decidere in base agli obiettivi strategici se è ora di avviare delle sperimentazioni alternative, o se invece le premesse spingono verso una fase di stabilità in cui è utile perseguire l’ottimizzazione dei modelli preesistenti.
Avrete ormai capito che la mia impostazione, fortemente ispirata alla contingenza, non è centrata a stabilire un “cosa conviene fare” a priori, ma – questo sì – a favorire la sperimentazione e a promuovere una strategia di evolvibilità, dinamica e sempre aggiornata in base al contesto, se vogliamo all’ecosistema, in cui opera l’organizzazione.
L’epoca attuale coincide con una crisi sistemica in atto, in cui proprio il modello centralista rischia di rivelarsi più esposto. La domanda che vorrei lasciare ai lettori è: avrebbe senso oggi potenziare le realtà decentrate, sia per rallentare la crisi delle strutture centralizzate sia per valorizzare le periferie?
Questo ci offrirebbe l’opportunità di inaugurare un ventaglio di sperimentazioni, per trovare un modo di adattarci meglio a quello che, nella migliore dell’ipotesi, ci appare già ora come un futuro incerto.
Andrea Marinucci Foa, 2026 - Tutti i diritti riservati